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MisuraImmodestia

Avete supportato i miei delirii ben *loading* volte
lunedì, 22 giugno 2009

CAMBIAMENTI (IN)ASPETTATI

Mi fa strano pensare che domani mi sveglierò e vivrò in una città che ha un'amministrazione locale di destra. E con questa posso dichiarare di aver perso su tutta la linea.

E' che in Italia piace tanto il "cambiamento". Chi se ne frega se è in meglio o in peggio. Basta cambiare. Yuppi!
Da una parte mi duole dirlo ma ce lo siamo meritato. Anzi, forse è meglio dire che se lo sono meritato. Mi sono turata il naso per l'ennesima volta e non è servito.
L' idea di avere a capo della mia città un amministratore delegato che ha fatto la paternale che il distretto pratese deve ripartire e poi è uno di quelli che ha delocalizzato in Cina perchè gli conveniva non mi rasserena.

Il primo che si lamenta, soprattutto se non è andato a votare o ha votato l'industrialotto di cui sopra, lo faccio agguantare da una ronda.
Agnesita ha avuto una buona parola per tutti alle 22:37 | link | commenti (2)
categorie: rabbia, lamento, are you scherzing
lunedì, 08 giugno 2009

MAGRE CONSOLAZIONI

L’unica consolazione che ho oggi è che per fortuna non ho manie riproduttive visto che i figlioli mi stanno esosi. Per lo meno mi evito la frustrazione di non potermi fare una famiglia e non mi accollo la responsabilità di buttare un altro essere vivente in un mondo in cui l’involuzione culturale e morale è palese. Quanto meno sarò l’ultima della mia stirpe a farsi il sangue amaro perché non si riconosce negli attuali valori (valori?) nazionali.

No, poi ci si domanda perché io tutti i giorni abbia per lo meno dieci minuti di nausea…

Agnesita ha avuto una buona parola per tutti alle 14:19 | link | commenti (4)
categorie: rabbia, questo lo dico io, son belle cose, polemichina
mercoledì, 03 giugno 2009

POVERA PATRIA

Il rimpatrio nel bel paese è stato dettato da ragioni contingenti piuttosto gravi. Fatte i bagagli, presa baracca e burattini lascio le terre di Lusitania (certo, per emigrare anche io potevo scegliermi un paese un po’più sviluppato da un punto di vista economico, ma il clima mi era congeniale) e torno a stabilirmi nella culla della civiltà. Per essere precisi: nella città post-industriale che trasformò gli stracci in oro, accanto alla città simbolo del Rinascimento.

Il mio problema è sempre stato la scarsa lungimiranza o il scegliere le cose giuste nel momento sbagliato. Rientrata qui, faccio un rapido calcolo di cosa so e non so fare, delle mie abilità più o meno professionali e dopo quattro mesi passati in un ufficio a fare cose quanto mai inutili e decisamente non formative (e guadagnandoci una gastrite nervosa di proporzioni piuttosto preoccupanti), decido di fare il salto di qualità e mettermi in proprio buttandomi nell’affascinante mercato turistico. Quando una fa del bello la propria ragione di vita, fa così.

Decido di lavorare onestamente, prendendomi la mia partita iva e pagandomi le mie belle tasse. Infondo ho scelto (o mi è stato imposto, poco importa) di vivere in questo paese, ci credo, voglio fare le cose per bene.

L’errore madornale della mia scelta non è stato tanto quello di lavorare onestamente quanto quello di legarmi a doppio filo a Firenze (ma avrei potuto anche dire Roma, Bologna, Genova, Napoli…Poco importa, l’errore è legarsi ad una città italica) precludendomi così ogni possibile emigrazione e/o espatrio pseudo volontario.

Di scene penose ne ho viste tante. E pur essendo una persona abbastanza incazzosa di carattere sono sempre stata una manifestante molto tranquilla, ben sapendo che certe “irruenze caratteriali giuocate dalla giovane età” possono rivelarsi fatali errori e possono ritorcersi contro lo spirito di libera protesta di una manifestazione. Pur non essendo una persona che va a cercare lo scontro, ho rischiato il pestaggio e le manganellate più di una volta.

L’ultima in ordine temporale è stata ieri.

I pochi giornali locali che parlano di questo concentramento spontaneo di comuni cittadini, riunito al fine di far sentire al presidente del consiglio italiano che non era gradito nella nostra città, ci definiscono come appartenenti alla sinistra antagonista, come aggressori verbali dei sostenitori dello stesso presidente. Nessuno parla del fatto che questo gruppo di persone, composto da qualche appartenente alla sinistra antagonista e da moltissimi liberi cittadini che nella sinistra antagonista non si riconoscono, è stato caricato dalla polizia solo perché faceva rumore e inneggiava ad una giustizia uguale per tutti.

Non venitemi a dire che la polizia se carica un motivo ce l’ha. Ieri motivo non c’era. Non venitemi a dire “cosa ci sei andata a fare”. Un paese silenzioso mi spaventa. Non venitemi a dire che siamo antidemocratici: perché parlare in un luogo blindato perché non si sopporta nemmeno un fischio è democratico invece? Un altro leader politico ha fatto un comizio lo stesso giorno in piazza del comune: nessun poliziotto in assetta da antisommossa, nessun cordone: chiunque poteva battergli le mani e fischiarlo in malo modo.

Dopo quello che ho visto ieri, e dopo la distorsione che è stata fatta della cosa dai mezzi di informazione (Inizio a pensare che fare cronaca onestamente sia un lusso che molti giornalisti non possano concedersi perché ci rimettono la testa…Non mi pare un grande indice di civiltà, per un paese), credo veramente che non ci sia più speranza per questo paese. Che futuro ha un pese dove la contestazione è vista come un efferato attacco al potere? Come si fa a raccontare bugie sui giornali sapendo di farlo? Ma dove stanno le vostre coscienze?  E come fa l’uomo più potente del paese ad avere paura di duecento persone che lo fischiano?

Intanto la primavera tarda ad arrivare.

Agnesita ha avuto una buona parola per tutti alle 14:22 | link | commenti (2)
categorie: rabbia, lamento, true life
lunedì, 20 aprile 2009

MUSICA MODERNA E CONTEMPORANEA. PERSONALISSIME OPINIONI SUL CASO.

Con tutto il rispetto per il lavoro di Giorgio Canali e per le sue chitarre. Perché a me le chitarre di Canali piacciono, e mi piacciono le sue sonorità nei dischi dei C.S.I. . Ma Giorgino, ti prego: limitati a suonare, a produrre, a scoprire e aiutare giovani di belle speranze prendendoli sotto la tua ala protettiva, dalla quale non deve essere facile affrancarsi in seguito. Di voce non ci siamo.

Canali ha una voce a dir poco irritante. Ecco, la voce di Canali ingenera in me una violenza pari solo a quella che mi ingenera la visione di Andrea Ronchi.

 

I membri de Il Teatro degli Orrori hanno scelto un nome veramente appropriato per la propria band. Sentirli dal vivo è un’esperienza dello spirito a dir poco raccapricciante. La figura più tronfia e inutile è quella del frontman, che incarna tutti i peggiori stereotipi degli eccessi del rock senza per altro avere il giusto carisma per farlo. Una specie di macchietta che si agita, si butta sui fan e naviga sulle loro teste, sbiascica al microfono perché è (o vuole sembrare) ubriaco. Un uomo che mi ha molto ricordato l’Attore, con cui sono uscita per un anno e mezzo. E questa somiglianza non fa onore a nessuno dei due. E a ben pensare nemmeno a me, visto il tempo investito in tanta pochezza. E non voglio tacere sulla slecchinata finale al pubblico, ringraziato per essere accorso al concerto e per aver preferito essere li invece di essere a casa a scopare, insomma per aver preferito del sano (?) rock (?) ad una scopata. Ora tesoro, preferito è un parolone, dato che credo che ci sia poco di meglio al mondo di una buona scopata. Il fatto è che uno ha anche altri interessi e che ci sono dei tempi di ripresa fisiologici: anche volendo, stare costantemente sul pezzo è abbastanza impegnativo. Tranquillo che la scopata me la faccio dopo, la tua esibizione mica mi ha inibito l’attività sessuale. Oddio. A ben pensarci avrebbe anche potuto farlo, effettivamente.

Agnesita ha avuto una buona parola per tutti alle 11:36 | link | commenti (10)
categorie: questo lo dico io, muuuusica, polemichina
mercoledì, 04 febbraio 2009

AUTOCELEBRAZIONE
(Perchè ogni spesso un po' di sana immodestia ci vuole, soprattutto quando si festeggia l'ultimo nei 20)

Robespierre degli Offlaga Disco Pax comincia con le parole "Ho fatto l'esame di seconda elementare nel 1975".
Io comincio con: sono nata il 4 di febbraio 1980. Un giorno di cui andare fieri.
Il 4 è il numero della terra.
Anche della morte, per senso esteso quindi del cambiamento, della rinascita, della fine di qualcosa e dell'inizio di un'altra cosa completamente nuova.
4 di febbraio è festa in Angola, l'aeroporto di Luanda si chiama "4 de fevereiro", in ricordo all'attacco alle prigioni del 1961 e quindi dell'inizio della lotta di liberazione.
E poi c'è da dire che il 4 di febbraio sono nate fior fiore di personcine, sto proprio in ottima compagnia: Ridolfo del Ghirlandaio per esempio.
E Almeida Garrett (volevi non ci fosse un legame col Portogallo?), Prévert, ma anche Humberto Tozzi (un calciatore brasiliano a me sconosciuto, ma il nome ha il suo perchè) e il primo tastierista dei Cure, Matthieu Hartley.
Si, poi quando mi accorgo che pure Pietro Taricone è nato oggi mi prende male, ma cerco di soprassedere.
Il 1980 non si può certo ricordare come un anno grandioso. Al di la dell'inizio degli anni 80, universalmente non troppo simpatici ed inferiori sempre e comunque agli anni 60 e 70, il 1980 è stato un anno funestato da stragi e disatri.
Musicalmente è pure l'anno dello scioglimento dei Led Zeppelin.
Ciò non toglie che io sia nata nell'anno in cui è uscito uno dei dischi più belli della storia.
Agnesita ha avuto una buona parola per tutti alle 19:07 | link | commenti (16)
categorie: questo lo dico io, belle parole, videi, i miei eroi, muuuusica, aiuto le feste
domenica, 01 febbraio 2009

POLIGLOTTA

Ormai è appurato: con la giusta quantità di gin posso parlare qualsiasi lingua del mondo (con predilezione per le neolatine)
.
Agnesita ha avuto una buona parola per tutti alle 18:31 | link | commenti (2)
categorie: lingua, belle parole, le risa, son belle cose, life abroad, bello il mio lavoro
venerdì, 23 gennaio 2009

VOCABOLARIETTO D'USO

 

Durante il mio breve soggiorno romano, mi sono accorta che il dialetto toscano (che poi toscano non vuol dire niente: bisognerebbe specificare di quale area della Toscana stiamo parlando, che qui ognun per se e iddio per tutti) non è così universalmente comprensibile come io pensavo. Già ne avevo avuto una piccola riprova diversi anni fa, gli anni in cui vivevo il mio amore per Brianza, il quale, nonostante la giovine età, si faceva oltre trecento chilometri per venirmi a trovare. Che caro ragazzo. Ora gli auguro la peggiore delle infelicità, ma questa è un’altra storia. Insomma, il povero Brianza molte volte si trovava nella difficile posizione di non capire ciò che io stessi dicendo. La cosa mi stupiva un po’, perché non è che stessi parlando veneto (anche perché, essendo lui di origine veneta, avrebbe capito benissimo) e mostrai tutto il mio disappunto. Il giovanotto mi fece notare che effettivamente tra “C” aspirate, dittonghi in “AO” quasi portoghesi e termini a lui ignoti ogni tanto capitava di perdere il filo del discorso. Bene, ma “codesto” non è regionalismo né un termine così desueto, se non lo conosci è per ignoranza tua, caro il mio biondino, ma andiamo innanzi.

A Roma, parlando con Giò e Dariuska, ho avuto l’ulteriore conferma che certi lemmi non sono conosciuti ed usati fuori dal territorio granducale. Altresì, ho imparato anche io alcune parole che sarà mia cura inserire nel mio vocabolario.

Alla luce di alcune difficoltà di comprensione (nate durante lunghe conversazioni nel ristorante eritreo), su suggerimento e pressante richiesta degli interessati (Giò e Dariuska, appunto), mi appresto a scrivere un vocabolarietto d’uso.

Che poi, l’italiano l’abbiamo inventato noi, quindi è il caso di adeguarsi e conoscere certi importanti e sostanziali termini che si usano in terra di Toscana.

 

B

Bottino: con la parola “bottino” si usa indicare il contenuto dei pozzi neri. Per estensione poi anche il concime organico e le cose molto sporche. Bottino può anche essere un simpatico appellativo per i propri conoscenti “Oh, ma sei proprio un bottino, eh!”.

 

La necessità di fare l’esegesi della parola “bottino” nasce da una conversazione in cui io stavo raccontando l’analisi organolettica che un mio amico, presto laureatosi sommelier, aveva fatto di una grappa alla rosa servita ad un ristorante cinese. L’analisi consisteva in: “Hum. Sa di bottino!”

Visto lo smarrimento dei miei interlocutori alla parola bottino e le loro interpretazioni (“Sa di piccola botte? Di ciò che rimane nel fondo della botte?”), mi è sembrato doveroso chiarire il concetto. Mirabile la chiosa di Giò: “Adesso, quando al telegiornale sentirò una notizia dove viene detto qualcosa del tipo “i banditi hanno abbandonato il bottino in macchina”, mi immaginerò una macchina piena di sacchi di merda!”.

 

G

Granata: scopa di saggina. Particolarmente adatta per spazzare il cemento o i lastroni in pietra, altrimenti detti “lastre”

 

Al mio “la granata è una scopa per spazzare le lastre”, Dariuska ha materializzato davanti a se l’immagine di una bomba passata svariate volte su una radiografia. Giò ha detto “Ecco, quando sentirò, a proposito di uno scenario di guerra “lancio di granate”, penserò a gente che si tira dietro le scope della befana!”.

Ah poi mi raccomando: spazzare, spazzare. Che “scopare il pavimento” non se pol sentì. Poi non vi dico cosa mi immagino io…

 

P

Panaio: Panettiere.


Se c’è il macellAIO non si capisce perché non ci debba essere il panAIO (contando che da noi c’è pure il fruttAIO, il gommAIO e via andare)

 

T

Turacciolo: Organo riproduttivo maschile.

 

Questo lemma è stato coniato da Dariuska, che ha ribattezzato la spiaggia di Capocotta in  “la spiaggia dei turaccioli”. Avendo usato la parola “turacciolo”, immagino che non debba essere stato proprio un bel vedere…Sostenevo, con Giò, che se fossi un uomo e mi venisse appellato di turacciolo non lo prenderei proprio come un complimento. La sua risposta è stata “Dipende dal collo della bottiglia…”. E’ sempre consolante avere amici così signorili!

 

Trombolesionato: categoria umana molto ben nutrita, ultimamente. Ovviamente non è colui che è stato lesionato da un trombo.

Il trombolesionato non è il mascettiano “non trombante”. Né è lo sfigato che non ne vede manco a piangere. Il trombolesionato è colui che esercita, ma senza trasporto, quasi per dovere. Insomma, mai esercitare troppo (tante le volte s’avesse a consumare, eh). E’ sempre preferibile giocare a bocce, leggere trattati sulla metafisica, parlare del Capitale di Marx, parlare estensivamente e noiosamente (la noia è un tratto distintivo del trombolesionato) del proprio argomento di studio o di lavoro (storia dell’arte – economia – ingegneria – musica – letteratura – leggi più o meno astruse – teatro – lingue morte – varie ed eventuali).

 

Il lemma è stato coniato da Lisita alla fine di uno dei diecimila tirocini fatti durante il corso di abilitazione per diventare guide turistiche. I tirocini erano spesso fatti la domenica mattina. In realtà questa era una lezione di approfondimento, fatta il sabato mattina. Tutti i sabati le lezioni erano dalle 9 alle 14. Quel famoso sabato la lezione finì intorno alle 13:15. L’insegnante (venerabile donna per la sua competenza e sapienza) vista l’ora, decise di mandarci a casa prima, con un bel sorriso sulle labbra. Ma ecco spuntare alcune vocine dal fondo del gruppo: “Ma mancano ancora 45 minuti, perché non ci fa vedere altre cose? Tanto, ormai che siamo in giro…”

Alziamo gli occhi al cielo. Ed ecco Lisita proferire lo storico “Oh, ma se siete dei trombolesionati ditelo, eh. Per una volta che si torna a casa un pochino prima, ma godi popolo!”.

L’insegnate, per inciso, era d’accordo con lei.

 

U

Un quarto alle tre (o cinque, o sei…): le tre (o cinque, o sei…) meno un quarto.

 

Mi chiedo, ma perché la donnina romana che per la strada mi chiede l’ora non capisce “un quarto alle tre” e “le tre meno un quarto” si? Perché Giò sgrana gli occhi quando dico che ho il treno ad un quarto alle cinque e se dico alle cinque meno un quarto invece capisce?

A me pare una locuzione comprensibilissima.

 

 

Uscita del secondo fascicolo del Vocabolarietto d’uso: prossimamente (appena qualcuno mi dice che non capisce cosa sto dicendo).

Agnesita ha avuto una buona parola per tutti alle 14:44 | link | commenti
categorie: questo lo dico io, lingua, belle parole, le risa
mercoledì, 21 gennaio 2009

CAPUT MUNDI

Roma è bella sempre, vista da un motorino ancora di più. Sarà che da un motorino non l’avevo mai vista. Vista dalla macchina, dai tram, dalle passeggiate a piedi, ma non da un motorino.

Cosce al vento in pieno gennaio, appiccicata a Dariuska, mi sento un po’ Audrey in Vacanze Romane. Anche se lei le cosce al vento, da vera signora, non le aveva.

Nonostante la stagione monsonica che l’ha colpita, Roma sfoggia un cielo limpido e una temperatura clemente. Al primo risveglio nella capitale, guardo istintivamente il cielo ed esclamo solo “che bello, è azzurro”, come facevo a Lisbona. Come faccio con Lisbona faccio con Roma, starei ore a guardarla. Mi piace in tutto, pure le periferie squallide mi piacciono.

E mentre sono sul motorino non mi stanco di guardare da un lato e dall’altro, riempiendomi gli occhi di tutto, che tutto mi piace. Anche passare dall’Olivetti, che è uno scempio alla città, ma appena dietro si apre la bellezza e la sobrietà del Campidoglio, solo inizialmente nascosta da quel mostro bianco. Praticamente uno vede prima l’orrore, poi si ritempra.

I pini, i colli, l’antico ed il moderno messi insieme, il sacro ed il profano, le strade dissestate, le vie ribaltate per cambiare i bocchettoni del gas, i tram che si scontrano, il traffico spaventoso.

E la romanità, che è così differente dal mio modo di essere e di fare. Per quanto vicini, hanno poco a che vedere con i toscani, in particolare con i fiorentini. Una cordialità, un calore umano, una disposizione al sorriso e alla battuta che qui non riscontro. Sarà davvero che allora noi siamo nordici? Da noi l’aria di quartiere, di rione, non c’è. Qui c’è l’individualismo più sfrenato, anche se spesso apprezzo la famosa volontà di “farsi i cazzi propri” che c’è da queste parti. Ho un rispetto infinito per il privato degli altri: qui non si insite, non ci si prendono confidenze, si mantengono le distanze. Siamo davvero più vicini ai milanesi che ai romani? La cosa mi fa un po’effetto, ma forse si. Che poi questo culto del privato c’è in apparenza, la tendenza al pettegolezzo è forte pure da queste parti.

Manca il sorriso la mattina, quando entri nel bar a prendere il caffé. Il più delle volte sembra che tu stia rompendo le scatole al gestore, e quando c’è gentilezza mi stupisco quasi. Manca quella voglia di prendere in giro, quella attitudine allo scherzo, quella confidenza presa anche se non vuoi darla. Sono la prima a non prendermi confidenze, a rimanere al mio posto, a sorridere educatamente ma senza una parola in più o in meno. Una cordialità fredda e distaccata. Sarà che vengo scambiata per slava, sarà che sono un po’ snob, sarà che forse sono davvero fredda, in prima istanza. Una questione di educazione, mi è sempre stato detto. E rimango sorpresa, spiazzata, quando trovo qualcuno che invece dice una parola in più, stupita da un atteggiamento diverso. Sarà la diffidenza. Mi ci vuole tempo, poi rispondo sulla stessa scia. E’che la cortesia, il sorriso allo sconosciuto, il prendersi delle confidenze non fanno parte della gente di qui. Per questo stranisco molto qui, meno a Roma.

Alla fine mette bene il barista settantenne del bar in cui entriamo due minuti prima della chiusura, e che invece di infamarci ci saluta col suo “Digaaaaaaaaaaaaa”, guardando il gruppo formato da me, Giò e Dariuska, ex stagisti di Ambasciata ed Istituto Italiano a Lisbona, di nuovo insieme dopo oltre tre anni. Un gruppo formato da una di Latina, residente da anni a Roma, uno di Foggia che ha vissuto diversi anni a Milano ed ora residente a Roma ed una toscana che parla un pratese – fiorentino – pisese (pisano e livornese) che a Roma non ci risiede e sostiene che le piacerebbe, probabilmente perché è l’unica a non abitarci, visto che gli altri due meditano la fuga dalla città. Ripensandoci forse non potrei sopportarla, visto che mi infastidisce il traffico di Firenze.

Ma infondo l’andarci solo a volte rispecchia appieno la mia personalissima teoria, che dice che bisogna tenersi a debita distanza da ciò che desideriamo, dal bello, dal piacere e dall’anelato, perché una volta raggiunto questo non è più così irresistibile, perché se si potesse godere tutti i giorni del bello, del desiderato e del piacere, poi ci risulterebbe insopportabile. Verrebbero fuori i difetti. Per questo ho la mia teoria del desiderio che mi impedisce di realizzare a pieno quello che vorrei.

Certo che dobbiamo essere buffi, di nuovo insieme tre anni dopo, e sembra siano passati due giorni. Dobbiamo essere buffi agli occhi dei gestori ed i clienti del ristorante eritreo, tre seduti ad un tavolo che ridono ininterrottamente per quindici minuti sul niente, su parole non capite e sul fatto che ci troviamo mentalmente peggiorati e ne siamo anche fieri. Si, saremo anche buffi, ma sempre meno della camicia del gestore e del cappotto zebrato di un’avventrice, però.

Mentre torniamo a casa, di nuovo sul motorino, di nuovo con le cosce al vento e la gonna impregnata dell’umido caduto sulla sella penso che ammiro da morire Dariuska e la sua voglia di mettersi continuamente in gioco, di non fermarsi, di fare pacchi e pacchetti ed  andarsene sei mesi in Spagna, per poi tornare in Italia ma non si sa bene dove, mentre programma dottorati negli Stati Uniti e salti nel buio in Australia. Io invece non ho più voglia di impacchettare cose per sei mesi e poi tornare qui, non ho più voglia di cose a tempo. Non dovessi obbligatoriamente tornare, forse partirei, ma ormai sono legata a doppio filo a Firenze, mio malgrado. Forse mi hanno stancato tutti i traslochi finiti male a Lisbona. Forse mi lascio sempre guidare da un briciolo di follia, ma non così tanta, o ultimamente cerco di tenerla un po’a freno, la follia. Ma cosa sarebbe la mia vita senza un pochino, almeno un pochino di follia che ogni tanto prende il sopravvento?

La mattina mi sono svegliata, e dall’alto ho guardato un cielo di nuovo azzurro ed i tetti di Roma coperti di sole. C’era una temperatura ingentilita, nemmeno troppo invernale, sicuramente più mite di quella che ho ritrovato alcune ore dopo a Firenze. Ho guardato i tetti, ho sentito improvvisamente gli occhi lucidi. Si, c’è poco da dire. Roma è proprio maggica.

Agnesita ha avuto una buona parola per tutti alle 14:07 | link | commenti (3)
categorie: fuoco, soddisfazioni personali, si viaggiare
domenica, 18 gennaio 2009

THIS IS THE DAWNING OF THE AGE OF AQUARIUS

Anno bisesto, anno funesto.

Lo sento dire sempre, e mai tante volte come negli ultimi giorni del 2008. Una serie inquietante di persone che salutavano con tutto l’odio possibile questo anno, adducendo il fatto che avendo quel giorno in più di febbraio, non poteva proprio essere altrimenti.

Sarà che io di anno bisesto ci sono nata, e sono nata proprio di febbraio, ma a me i bisestili non sono mai parsi anni peggiori di altri. Anzi. Forse forse per me sono stati migliori di altri.

Il 2000 lo ricordo con piacere per via di Dublino e dell’università. Il 2004 è stato l’anno della laurea e del conseguente smarrimento (tipo “bene. E ora che diavolo faccio?”), ma lo smarrimento è normale ed io lo considero un anno positivo.

Se devo pensare ad un annus horribilis penso al 2005. Ecco, si, quello lo posso proprio definire un bell’anno di merda, e non starò qui a specificare i motivi (vari e pesanti). Le cose hanno avuto bisogno di tempo per assestarsi ed anche il 2006 non lo ricordo con troppo piacere. Un po’ meglio il 2007, quasi si ricominciasse a risalire la china. Che va bene che quando uno tocca il fondo può sempre trovare una pala e mettersi a scavare, ma insomma…

Il 2008 alla fine è stato l’anno della rinascita. Non pretendo la perfezione, sicuramente ci sono stati momenti pesanti, ma rispetto agli ultimi anni mi par cent’ori. Mi ha portato persone ottime e finalmente ho avuto anche il coraggio di fare un po’ di pulizia. Ce ne fosse.

Il 2008 l’ho salutato lavorando, al freddo del profondo nord, attorniata al solito di turisti, alcuni simpatici, altri meno. Ho litigato con chi lavorava alla reception ed ho tollerato l’autista che faceva delle pesanti avances. L’autista, non l’Autista. C’è una gran bella differenza. Ho finito l’anno ringraziando iddio o chi per lui che nella sala facesse freddo e lui si fosse spostato ad un altro tavolo, che non ne potevo più di sentirmi raccontare le sue imprese sessuali e sentirmi dire che io avrei avuto bisogno di una “lezione”. Pure tu caro mio, ma di buone maniere.

Un cliente alla cena mi saluta dicendomi “lei è proprio una bella donna!”. A me si inchioppa una vena a sentire “donna”. Ero convinta di essere ancora una “ragazza”. Sorrido, ma in realtà la prendo malissimo, e mi metto a pensare che farò la fine di quelle che critico tanto, probabilmente diventerò schiava del botox per nascondere le rughe. Pensavo di prenderlo meglio, l’invecchiamento. Forse è tutta questione di abitudine. Oppure è una meritata punizione che sottostà alla legge del contrappasso.

Mi dicono che il 2009 è l’anno dell’Acquario. Io già mi sono sentita meglio da quando Saturno non ce l’ho più contro; mi dicono che dopo un secolo e mezzo l’acquario non ha più pianeti in opposizione. La mia nota venalità mi spinge subito ad informarmi circa l’ambito professionale ed economico, rivelando così il mio totale disinteresse verso l’ambito affettivo. In quello sono bravissima a fare casini da sola, senza bisogno di previsioni di sorta. Non faccio buoni propositi perché tanto so che sono un’incontinente che non mantiene nulla di quel che si propone e promette, cerco di dire basta ai signor no e ai signor tentenna, forse perché signor tentenna sono diventata io e ne basta uno.

Comincio con una tornata di concertini interessanti, Bobo Rondelli su tutti, purtroppo visto in uno spazio inadatto e popolato da persone irritanti. In realtà era proprio irritante lo spazio in se. Travaso di bile invece nel vedere il Lindo Ferretti in chiesa a fare un recital di una lentezza estenuante. Lo guardo cinque minuti e fuggo via, confessando, quasi in lacrime, all’amica che “io non ce la faccio a vederlo ridotto così!” . Buono Fiumani, ma mi rendo conto di non aver più (o non ho mai avuto) l’età per il delirio di folla e la mischia di spintoni. E’ perché di fondo, sono una snob. Però vengo costantemente sopraffatta dalla bellezza, soprattutto quella terribile e inquieta. L’ultimo che mi ha completamente sopraffatto è stato Donatello, che mi ha steso con la Giuditta e Oloferne. Soprattutto Oloferne. Se continuo così comincerò a fare le visite guidate piangendo come una cretina, solo perché il bello mi commuove. O forse è un principio di demenza senile anticipata.

Con quasi venti giorni di ritardo, buon anno, ragazzi.

Agnesita ha avuto una buona parola per tutti alle 17:12 | link | commenti (1)
categorie: questo lo dico io, belle parole, muuuusica, bello il mio lavoro, aiuto le feste
giovedì, 25 dicembre 2008

UN PEZZO DI NATALE
(SPERIAMO ALMENO NON MI TOCCHI LA QUARTAPAGINA)


Non ho fatto gli auguri a nessuno. Se non a quelli che mi hanno telefonato e/o scritto. E sarà la mia solita aria polemica, ma a me il rito degli auguri non è mai piaciuto. Specialmente se arrivano via sms da persone che senti solo ed esclusivamente a Natale e Pasqua (e che non vedi da quei due/tre anni) e ti scrivono "il mio più sincero augurio per un sereno Natale". A culo tu e la serenità.
Natale io lo subisco. Tra Natale in quanto tale e la vigilia ho sempre preferito il 24. Perchè a casa mia la tradizone è di scartare i regali il 24, perchè l'aria di intimità e calore famigliare era il 24 molto più del 25, perchè Babbo Natale arriva il 24, e mi ricordo l'attesa febbrile per questo evento di quando ero piccola. Ecco, li forse potevo anche divertirmi, apprezzarlo; li c'era ancora una famiglia e non c'erano guerre e muri. Il 25 lo detestavo anche da bambina, con quei pranzi infiniti. Figurarsi quando ho cominciato a crescere, murata viva nella casa di campagna dei miei nonni, in una ridente (ma ridente cosa? C'è poco da ridere ad abitarci) località del chianti pisano.
Quanto meno adesso che lo faccio qui posso uscire con i miei amici invece di meditare la via più indolore al suicidio.
Gli auguri, con loro, ce li siamo fatti sotto l'esibizione canora di Magnolia. Sono andata a salutarlo e quasi mi ha spezzato due costole grazie alla stretta morlate del suo abbraccio. Continua ad essere un carissimo ragazzo ma la sua follia ha raggiunto livelli a mio avviso preoccupanti. E vabbè, se ho smesso di uscirci una ragione ci sarà. Il mio proposito di ubriacarmi per scordare la mestizia della festa non viene soddisfatto, causa la troppa gente ed il senso di responsabilità che poi mi pervade.
Mi telefona Mr B., un uomo che credo venga travolto dalla tristezza del Natale forse più di me: "quest'anno, per assecondare il clima di mestizia che c'è a casa mia, nemmeno abbiamo fatto l'albero". Mr B. detesta il Natale perchè tutti i suoi scheletri famigliari escono dagli armadi ed iniziano a ballargli il tiptap davanti. I miei invece, che lo fanno tutti i giorni, a Natale si mettono a ballare il canacan, che è ancora più rumoroso.
L'intento mio e di Mr. B. era di andare il giorno di Natale al cinema, ma non di entrare: la nostra idea è quella di passare la giornata ad osservare il pubblico che va a vedere i cinepanettoni, e poi farne un'indagine sociologica. Perchè a Natale non si può nemmeno andare al cinema in pace, visto l'assembramento di persone che c'è. Poi per vedere cosa, mi dico. Natale a Rio, ecco cosa. Esco di casa e sento i miei vicini intessere una conversazione su Natale a Rio. Mi si rizzano i peli delle braccia. Si, la gente va realmente al cinema a vedere Natale a Rio.
Meno male esiste il vin brulè di Chez Françoise.

Buon Natale, va'.
Agnesita ha avuto una buona parola per tutti alle 20:46 | link | commenti (2)
categorie: questo lo dico io, videi, noja, polemichina, ripigliati, aiuto le feste