Il rimpatrio nel bel paese è stato dettato da ragioni contingenti piuttosto gravi. Fatte i bagagli, presa baracca e burattini lascio le terre di Lusitania (certo, per emigrare anche io potevo scegliermi un paese un po’più sviluppato da un punto di vista economico, ma il clima mi era congeniale) e torno a stabilirmi nella culla della civiltà. Per essere precisi: nella città post-industriale che trasformò gli stracci in oro, accanto alla città simbolo del Rinascimento.
Il mio problema è sempre stato la scarsa lungimiranza o il scegliere le cose giuste nel momento sbagliato. Rientrata qui, faccio un rapido calcolo di cosa so e non so fare, delle mie abilità più o meno professionali e dopo quattro mesi passati in un ufficio a fare cose quanto mai inutili e decisamente non formative (e guadagnandoci una gastrite nervosa di proporzioni piuttosto preoccupanti), decido di fare il salto di qualità e mettermi in proprio buttandomi nell’affascinante mercato turistico. Quando una fa del bello la propria ragione di vita, fa così.
Decido di lavorare onestamente, prendendomi la mia partita iva e pagandomi le mie belle tasse. Infondo ho scelto (o mi è stato imposto, poco importa) di vivere in questo paese, ci credo, voglio fare le cose per bene.
L’errore madornale della mia scelta non è stato tanto quello di lavorare onestamente quanto quello di legarmi a doppio filo a Firenze (ma avrei potuto anche dire Roma, Bologna, Genova, Napoli…Poco importa, l’errore è legarsi ad una città italica) precludendomi così ogni possibile emigrazione e/o espatrio pseudo volontario.
Di scene penose ne ho viste tante. E pur essendo una persona abbastanza incazzosa di carattere sono sempre stata una manifestante molto tranquilla, ben sapendo che certe “irruenze caratteriali giuocate dalla giovane età” possono rivelarsi fatali errori e possono ritorcersi contro lo spirito di libera protesta di una manifestazione. Pur non essendo una persona che va a cercare lo scontro, ho rischiato il pestaggio e le manganellate più di una volta.
L’ultima in ordine temporale è stata ieri.
I pochi giornali locali che parlano di questo concentramento spontaneo di comuni cittadini, riunito al fine di far sentire al presidente del consiglio italiano che non era gradito nella nostra città, ci definiscono come appartenenti alla sinistra antagonista, come aggressori verbali dei sostenitori dello stesso presidente. Nessuno parla del fatto che questo gruppo di persone, composto da qualche appartenente alla sinistra antagonista e da moltissimi liberi cittadini che nella sinistra antagonista non si riconoscono, è stato caricato dalla polizia solo perché faceva rumore e inneggiava ad una giustizia uguale per tutti.
Non venitemi a dire che la polizia se carica un motivo ce l’ha. Ieri motivo non c’era. Non venitemi a dire “cosa ci sei andata a fare”. Un paese silenzioso mi spaventa. Non venitemi a dire che siamo antidemocratici: perché parlare in un luogo blindato perché non si sopporta nemmeno un fischio è democratico invece? Un altro leader politico ha fatto un comizio lo stesso giorno in piazza del comune: nessun poliziotto in assetta da antisommossa, nessun cordone: chiunque poteva battergli le mani e fischiarlo in malo modo.
Dopo quello che ho visto ieri, e dopo la distorsione che è stata fatta della cosa dai mezzi di informazione (Inizio a pensare che fare cronaca onestamente sia un lusso che molti giornalisti non possano concedersi perché ci rimettono la testa…Non mi pare un grande indice di civiltà, per un paese), credo veramente che non ci sia più speranza per questo paese. Che futuro ha un pese dove la contestazione è vista come un efferato attacco al potere? Come si fa a raccontare bugie sui giornali sapendo di farlo? Ma dove stanno le vostre coscienze? E come fa l’uomo più potente del paese ad avere paura di duecento persone che lo fischiano?
Intanto la primavera tarda ad arrivare.
Finisco di fare la valigia e infilo dentro le ultime scarpe. Poi raccolgo anche le cose che mi devo tenere a portata di mano in borsa: le penne, il moleskine, l’agenda. Visto che si va verso il sud ed il caldo si fa sentire, prendo anche il ventaglio, semplice e bianco. Era di una signora spagnola, un autista lo ritrovò casualmente sul suo pullman dopo una crociera e l’anno scorso, al termine di un tour della Croazia, me lo dette chiosando con un “così quando lo usi mi pensi”. Deve essere per quello che l’ho sempre usato poco. Subito dopo mi invitò a cena, e continuò a ripetere l’invito innumerevoli volte. Mai accettati inviti a cena da parte di autisti, solo per uno ho fatto un’eccezione, l’Autista, ma perché di lui mi posso fidare e perché lui è lui, è un amico.
Ho telefonato al collega a cui do il cambio, mi ha fatto un quadro della situazione e dei problemi in cui posso imbattermi. Bene, sono preparata, mi dico. Ma chi lo sa. Medito di portarmi dietro un po’ di valeriana e camomilla, almeno per cercare di avere sempre il sorriso sulle labbra, cosa abbastanza difficile negli ultimi giorni.
Ho passato il pomeriggio scegliendo i mobili per la casa di un mio amico, e godendo del fatto che in questi orribili posti in stile ikea non ci fosse praticamente nessuno. Lui mi parla dell’Isola d’Elba il 15 di agosto, che brulica di gente ed è roba da matti, da non starci. Io continuo a fare Catone il censore e a dirgli che quel divano no, fa schifo, e quel tavolo pure, e però fermo che t’ho trovato la camera. Gli dico che mi prenderebbero gli istinti omicidi ad essere nel mezzo del casino e che mi piacciono i posti dove c’è gente ma non troppa, che i luoghi troppo affollati mi stanno infastidendo.
Ce ne andiamo in giro per il centro di Prato e penso che è bella, bella da morire così, mezza vuota, senza macchine che passano, con le vie del centro dove finalmente puoi camminare senza essere spinto a destra e sinistra. E penso che anche Firenze è di una bellezza da togliere il fiato ultimamente, ultimamente che si cammina, che non si litiga per attraversare la strada, che se guardi avanti vedi piazze, statue e palazzi, e non una fiumana informe di persone che ondeggiano e ti travolgono. Mi fermo e alzo gli occhi, me la accarezzo ora che si scopre di nuovo invece di passarci frettolosa e con la voglia di uscirne il prima possibile. Firenze sa essere miele, se si ha la pazienza di capirla, e la fortuna di goderla quando è semi vuota. Lo penso, ma lo dico pure ed il mio amico mi guarda stranito, dicendomi che ho un attacco di misantropia piuttosto forte.
“Sei in un momento in cui detesti il prossimo e ti infastidisce il genere umano”. Ma no, non detesto il prossimo in generale. Diversi dei mie prossimi si, ma non tutti.
Faccio lunghi silenzi, anche mentre ceno con lui sul terrazzo. Alla domanda classica “ma cosa c’è? Non è da te, cosa è successo, perché sei così?” rispondo che probabilmente è che sono in preciclo, e lo deve fare. Ma il mio amico mi conosce e bofonchia un si si, ma chi vuoi prendere per il culo, mica è solo quello.
No, infatti mica è solo il preciclo. C’entra la stanchezza. C’entrano delle preoccupazioni lavorative. C’entra il non avere niente da aspettare.
Ultimamente tutta la mia vita è un non sense, un teatro dell’assurdo continuo: succedo cose, poi altre, poi finiscono senza essere cominciate, cominciano senza essere finite, sono lampi e barlumi, ora ci sono, ora non più. Succedono cose ed eventi senza alcuna soluzione di continuità. Sono abituata a lavorare per obiettivi, ed il non averne mi confonde. Basterebbe poco. Che ne so, anche le ferie. Si arriva ad un punto dell’anno in cui si contano i giorni per arrivare alla ferie. Io non so se e quando le farò, che diavolo conto? Mi devo prefiggere sempre dei limiti temporali, o degli obiettivi da raggiungere, per dare un senso a quello che faccio. Ed ora non ne ho. Nemmeno il ritorno a Lisbona mi fa fremere. Anche perché andarci per lavoro è cosa diversa. Ma non mi aspettavo questa mia reazione tiepidina. Almeno per ora. Poi lo so che quando scenderò al Portela, nonostante i clienti, mi prenderà l’euforia e mi sentirò come chi torna a casa e rimpatria dopo anni di forzata emigrazione.
E’ questa non attesa che mi crea apatia e tristezza.
Stavo bene al posto di Giovanni Drogo.
Su invito di googoogoojoob mi accingo a narrare i miei casi personali che hanno contribiuto a fare di quella di ieri una gran giornata di merda. Non che si vada molto meglio, ma tant'è. E poi bisognerà pur distrarsi dalle disgrazie politiche con le mie disgrazie personali.
Uno dei miei casi personali è la mia oltremodo scarsa propensione a perdonarmi gli errori. Non ammetto di sbagliare, in nessun campo. Voglio essere sempre al massimo, sempre perfetta, sempre la migliore. E questo è male. Molto male. perchè sbagliare è umano. E non può essere un errore a sgretolare tutto. Quando faccio un errore mi si cancella automaticamente il fatto che è un anno che sto avendo delle soddisfazioni sul fronte lavorativo, vedo solo lo sbaglio e mi reputo un'incapace. Su tutta la linea. male, molto male. Questo non si fa.
Uno dei miei casi personali è l'essere una persona difficile.
Uno dei miei casi personali è non valutare le mie azioni e me stessa in modo oggettivo e obiettivo, e lasciarmi sopraffare dal melodramma.
Uno dei miei casi personali è la mia instabilità. Basta niente per portarmi alle stelle e basta niente per abbattermi.
Uno dei miei casi personali sono gli esseri di sesso maschile che conosco e che frequento. E non sto parlando di amici. Sono tutti instabili più di me, tutti assurdi, allucinanti. E di fondo molto, molto bugiardi.
Uno dei miei casi personali è l'attore, che a questo punto non credo si meriti niente. Dovrò cercare di tenermi le belle parole, sperando che almeno quelle fossero dette con una certa sincerità.
Uno dei miei casi personali è sapere che una cosa mi fa male e non riuscire ad allontanarmici. Sembro votata al martirio. Se non mi logoro per qualcosa e qualcuno sembra che non possa vivere.
Uno dei miei casi personali è che mi affeziono alle persone che frequento. E che ho la pia illusione (ma vera illusione) che queste si affezionino a me e che si interessino a me. Imparo ogni giorno di più che si nasce e si muore soli. A ben vedere ci si vive anche.
Uno dei miei casi personali è che penso che non ci sarà un dopo. penso che non mi rialzerò mai dalle botte che prendo. Anche se, se sono arrivata fin qui, vuol ire che mi ci sono sempre rialzata.
Uno dei miei casi personali è che non credo mai che possa di nuovo avverarsi la strana congiunzione per cui sucito interesse ad una persona che mi interessa. E che se ciò dovesse accadere, ci sarebbe comunque del marcio sotto.
Stasera ho avuto la prova tangibile di una cosa che pensavo, di un sospetto che avevo: mi sento una molla carica, ma mi sento impotente. Domani so che sarò in piena depressione caspica. Perchè cosa mi infastidisce è la non curanza e la presa per il culo.
Dal momento che ho capito che una cosa mi fa male, per una volta devo avere il coraggio e la fermezza di evitarla. Senza pensare a quanto mi possa aver fatto bene, senza pensare ai momenti gioiosi e senza nostalgia delle serate, delle schermaglie, della curiosità ,dell'affinità su tanti punti di vista.
Iniziare a pensare che le mie parole erano al vento. Tutto quello che ho provato a dare non è stato recepito nè voluto per una mancanza di fondo del ricevente, non mia. E posso perdere del tempo con persone così? decisamente no. So che non mi verrà a riprendre per i capelli. Ma io sono un po' "daiva", e non sopporto che mi qualcuno mi passi avanti. E se devo rincorrere qualcuno...no, non te. Assoutamente. Si camperà uguale, come prima di novembre.
"vi namorados
possiveis
foram bois
foram porcos
e eu palàcios
e pérolas"
Adìlia Lopes
Sono delusa. nemmeno arrabbiata. delusa e basta. per l'ennesima volta il teatrino politico è stato ben poco edificante.
Ma si può fare tutto questo casino in nome di principi piuttosto astratti? Si può non avere nessunissima lungimiranza? Si può essere così granitici da non capire che ogni tanto, un po' per uno, bisogna turarsi il naso e guardare alla scelta più ragionevole? Si può rendere il paese nelle mani di Silvio? Ma si può fare tutto sto casino per una missione all'estero e poi non farlo per i REALI problemi del paese e dei suoi cittadini?Ma diomadonna,!!Tanta gente sull'orlo della povertà, precariato, instabilità sociale, rischi criminalità, pensioni con cui non si campa, inflazione galoppante, prospettive per il fututo inesistenti...Li nessuno muove un dito, poi PER QUESTIONI DI PRINCIPIO si fa questa bella figura.
Non era certo un governo perfetto questo. Secondo me di stronzate ne ha fatte parecchie. Però io non ci posso pensare a ritrovarmi come premier un Berlusconi. Non credo di meritarmelo. E' un insulto alla mia intelligenza.
Continuando così credo che sarò costretta a fare le valigie e ad emigrare. E dato che sono un'inutile laureata in lingue, probabilmente finirò a fare la cassiera in qualche supermercato inglese, o la cameriera in qualche ristorante in Portogallo. Che belle prospettive.
E io che mi aspettavo qualcosa di più.
Certo, pure io. Avessi studiato il danese invece che il portoghese avrei migliori prospettive in quanto a emigrante.
[Questa, per vari casi personali, oltre che per il risvolto politico, può considerarsi un vera giornata di merda. Anzi, direi che la questione politica è arrivata giusto in tempo per fare l'onda.]
Non doveva essere uno spazio di sfogo. E però serve anche a quello. Arrivi e fai e disfai. Tentenni. Non capisco che vuoi da me. Mi chiami. Fai il geloso. La butti sul ridere, poi sul tragico. Non ti capisco. I nostri modi di vedere la vita sono diametralmente opposti.
Ciò nonostante.
ti trovo interessante e mi confondi. te lo dico. Mi chiedi in che rapporti siamo. Di conoscenza reciproca. Tu non capisci. Non rientra nel tuo modo di rapportarti alla vita. per te le cose sono o bianche o nere. Io ho sempre vissuto sfumature. Continui ad essere poco intelleggibile. Nella tua semplicità complichi l'incomplicabile.
E poi.
Poi SBAGLI TUTTO. Non volendo, chiaro. Ma fai un tragico errore. E io un po'mi stanco di questo limbo inutile. I famosi "chiarimenti" ormai sono superflui. Ma sono stata io, come al solito, a prendere il giogo in mano e a condurre la cosa. A farti la psicologa de noantri. A fare la persona matura, a dirti che ho un orgoglio chiaramente ferito, che sputo veleno perchè per una donna questo è normale, ma che infondo non è niente, che non hai fatto niente, che infondo mica c'era amore folle (e quasi ti rabbui a sentirlo), che sopravvivo tranquillamente, che devi stare tranquillo.
Mi vieni a dire che la cosa era a monte. Il problema erano i nostri ruoli professionali. Plauso alla tua razionalità. Speri che un giorno i nostri rapporti possano tornare normali. Ti stai dando troppa importanza bello mio. I nostri rapporti sono come sono sempre stati. Normali. Non ho rancore da portarti. Non ho alcun problema nel parlare con te. Ma di solito chi mette tanto le mani avanti è perchè poi scappa, non so se perchè non riesce a reggere le nuove situazioni o perchè si sente in colpa senza ragione. Ad ogni modo tranquillizzati, la mia vita non cambia, con o senza di te.
E l'errore è stato mio che mi sono lasciata confondere e vedevo in te una via d'uscita, una specie di salvezza e alternativa sana ai miei casi.
Epperò mi sono rotta le palle di fare la donna splendida e supriore, di fare da mamma e tranquillizzare tutti, di essere matura.
In questo momento fondamentalmente di prenderei a badilate nei denti e ti spaccherei la faccia usando il pugno di ferro, ma poi mi passa.
Giornata uggiosa. Uggiosa per il tempo. Ovviamente non riesco mai ad azzeccare il modo in cui vestirmi. Mi sveglio toppo presto e sto troppo lontana dalla meta finale per sapere che diavolo di temperatura farà a Pisa alle 9 del mattino. Uggiosa perchè sono rinchiusa in questo ufficio a fare un lavoro di cui non mi importa nulla, che non da prospettive, che mi avvilisce e mi abbrutisce. Perchè ci resto, allora. Forse mere questioni di sopravvivenza, di soldi per poter avere libertà di azione, il cercare di stare fuori di casa il più possibile, il voler tirare sempre la corda al massimo perchè non mi sono concesse sbavature. Senzo di colpa del cazzo, con tutto il rispetto. Uggiosa perchè ieri le condizioni "verbali" accordate tra me e i miei datori di lavoro, guarda un po', sono improvvissamente cambiate. Beh, cambiano quelle scritte, figuriamoci quelle orali. E ora devo parlare col mio sgradevole e poco conciliante "padrone", per vedere se riusciamo a raggiungere un accordo sulle mie supposte ferie. Che spenderò a lavorare con il turismo. Che è il lavoro che mi interessa e non posso certo permettermi di non fare i tour, altrimenti per me sarebbe veramente un anno buttato vie. Uggiosa perchè sono tornata da poco da Lisbona, e tutte le volte che torno ho una settimana di passione e di dolori. A volte mi chiedo perchè ci ritorno. A volte mi chiedo perchè quando raggiungo una calma apparente (molto apparente) non stacco tutto e me ne sto a casa mia. E invece no. E quando torno è questo strazio, di ambizioni frustrate, di distacchi dolorosi, di lunghi addi e tormenti, di insicurezze che tornano fuori, di tristezze cosmiche. Mi manca. Mi manca. Mi manca. Mi manca la sua presenza, il suo sostegno, la sua voce. Mi mancano anche le nostre discussioni. E chiaramente, quanto più mi manca, tanto più lui sparisce.O forse sono io, che sentendone più bisogno che in altri momenti, noto di più la sua assenza. Sono stanca di vivere una vita a metà. Sono stanca di strappare 4 giorni di presenza a tre mesi di assenza. Sono stanca di telefonate fatte sempre nei momenti sbagliati. Nonostante gli anni passati insieme, a queste condizioni devastanti, nonostante lui continui a starmi accanto, nonostante le professioni d'amore, ho paura di perderlo. Ho paura di non superare il tempo e lo spazio. Ho paura che si assesti su qualcosa di più facile. Ho paura della sua incostanza, del suo mancato principio della non contraddizione. A volte mi chiedo come abbiamo fatto a stere insieme tutto questo tempo. A volte mi chiedo perchè diavolo continuiamo...talmente diversi in tutto. Con me, pesante e poco tollerante, e lui, che sembra vivere di effimeri contatti sociali. Odio le sue notti in giro. odio quando mi costringe a farle. odio i posti dove va. odio quando mi ci porta. dio la maggior parte delle persone che frequenta. E' buffo a pensarci. Per due anni ho ingoiato presenze che non mi andavano a genio, per svariati motivi, ipiù per motivi puramente caratteriali. Ho cercato di sorridergli. Non mi è mai venuto bene. Quando sorrido a che vorrei mettere in un happy rieducational gulag mi si stampa in faccia un ghigno satanico. Non è confortante per chi lo vede. Poi non ho più sorriso. Ho iniziato ad ignorare schiere di completi imbecilli vuoti di qualsivoglia pensiero ed ambizione. Mi sono sentita dire che sono troppo selettiva, che dovrei conoscere meglio le persone per ignorarle. Perchè sprecare tempo prezioso se SO A PRIORI per certi discorsi, comportamenti, dichiarazioni di intenti, che la suddetta persona non mi va a genio. Ora è lui che quasi si scusa di conoscere certe persone che a me non vanno giù. Sispertica a dire che sono conscenti e non amici, che capita di uscire insieme perchè sono della stessa terra, che lo vengono a cercare. A volte sorrido. Come scuse reggono poco. Io non esco con tutti gli italiani di Lisbona perchè veniamo dalla stessa terra. Anzi, Io gli italiani li evitavo come la peste. Gli italiani con cui esco me li sono scelti bene. Però è quasi tenero. Quasi cercasse di non deludermi. Come a volte io faccio con lui, fingendo un'indipendenza sentimentale inesitente, una vita di sorrisi. salvo poi avere crisi depressive di dimensioni colossali quando vado la. Stiamo cercando di venirci incontro o semplicemente di fingerci adatti l'uno a l'atra?Mi manca mi manca mi manca...