L’unica consolazione che ho oggi è che per fortuna non ho manie riproduttive visto che i figlioli mi stanno esosi. Per lo meno mi evito la frustrazione di non potermi fare una famiglia e non mi accollo la responsabilità di buttare un altro essere vivente in un mondo in cui l’involuzione culturale e morale è palese. Quanto meno sarò l’ultima della mia stirpe a farsi il sangue amaro perché non si riconosce negli attuali valori (valori?) nazionali.
No, poi ci si domanda perché io tutti i giorni abbia per lo meno dieci minuti di nausea…
Con tutto il rispetto per il lavoro di Giorgio Canali e per le sue chitarre. Perché a me le chitarre di Canali piacciono, e mi piacciono le sue sonorità nei dischi dei C.S.I. . Ma Giorgino, ti prego: limitati a suonare, a produrre, a scoprire e aiutare giovani di belle speranze prendendoli sotto la tua ala protettiva, dalla quale non deve essere facile affrancarsi in seguito. Di voce non ci siamo.
Canali ha una voce a dir poco irritante. Ecco, la voce di Canali ingenera in me una violenza pari solo a quella che mi ingenera la visione di Andrea Ronchi.
I membri de Il Teatro degli Orrori hanno scelto un nome veramente appropriato per la propria band. Sentirli dal vivo è un’esperienza dello spirito a dir poco raccapricciante. La figura più tronfia e inutile è quella del frontman, che incarna tutti i peggiori stereotipi degli eccessi del rock senza per altro avere il giusto carisma per farlo. Una specie di macchietta che si agita, si butta sui fan e naviga sulle loro teste, sbiascica al microfono perché è (o vuole sembrare) ubriaco. Un uomo che mi ha molto ricordato l’Attore, con cui sono uscita per un anno e mezzo. E questa somiglianza non fa onore a nessuno dei due. E a ben pensare nemmeno a me, visto il tempo investito in tanta pochezza. E non voglio tacere sulla slecchinata finale al pubblico, ringraziato per essere accorso al concerto e per aver preferito essere li invece di essere a casa a scopare, insomma per aver preferito del sano (?) rock (?) ad una scopata. Ora tesoro, preferito è un parolone, dato che credo che ci sia poco di meglio al mondo di una buona scopata. Il fatto è che uno ha anche altri interessi e che ci sono dei tempi di ripresa fisiologici: anche volendo, stare costantemente sul pezzo è abbastanza impegnativo. Tranquillo che la scopata me la faccio dopo, la tua esibizione mica mi ha inibito l’attività sessuale. Oddio. A ben pensarci avrebbe anche potuto farlo, effettivamente.
Durante il mio breve soggiorno romano, mi sono accorta che il dialetto toscano (che poi toscano non vuol dire niente: bisognerebbe specificare di quale area della Toscana stiamo parlando, che qui ognun per se e iddio per tutti) non è così universalmente comprensibile come io pensavo. Già ne avevo avuto una piccola riprova diversi anni fa, gli anni in cui vivevo il mio amore per Brianza, il quale, nonostante la giovine età, si faceva oltre trecento chilometri per venirmi a trovare. Che caro ragazzo. Ora gli auguro la peggiore delle infelicità, ma questa è un’altra storia. Insomma, il povero Brianza molte volte si trovava nella difficile posizione di non capire ciò che io stessi dicendo. La cosa mi stupiva un po’, perché non è che stessi parlando veneto (anche perché, essendo lui di origine veneta, avrebbe capito benissimo) e mostrai tutto il mio disappunto. Il giovanotto mi fece notare che effettivamente tra “C” aspirate, dittonghi in “AO” quasi portoghesi e termini a lui ignoti ogni tanto capitava di perdere il filo del discorso. Bene, ma “codesto” non è regionalismo né un termine così desueto, se non lo conosci è per ignoranza tua, caro il mio biondino, ma andiamo innanzi.
A Roma, parlando con Giò e Dariuska, ho avuto l’ulteriore conferma che certi lemmi non sono conosciuti ed usati fuori dal territorio granducale. Altresì, ho imparato anche io alcune parole che sarà mia cura inserire nel mio vocabolario.
Alla luce di alcune difficoltà di comprensione (nate durante lunghe conversazioni nel ristorante eritreo), su suggerimento e pressante richiesta degli interessati (Giò e Dariuska, appunto), mi appresto a scrivere un vocabolarietto d’uso.
Che poi, l’italiano l’abbiamo inventato noi, quindi è il caso di adeguarsi e conoscere certi importanti e sostanziali termini che si usano in terra di Toscana.
B
Bottino: con la parola “bottino” si usa indicare il contenuto dei pozzi neri. Per estensione poi anche il concime organico e le cose molto sporche. Bottino può anche essere un simpatico appellativo per i propri conoscenti “Oh, ma sei proprio un bottino, eh!”.
La necessità di fare l’esegesi della parola “bottino” nasce da una conversazione in cui io stavo raccontando l’analisi organolettica che un mio amico, presto laureatosi sommelier, aveva fatto di una grappa alla rosa servita ad un ristorante cinese. L’analisi consisteva in: “Hum. Sa di bottino!”
Visto lo smarrimento dei miei interlocutori alla parola bottino e le loro interpretazioni (“Sa di piccola botte? Di ciò che rimane nel fondo della botte?”), mi è sembrato doveroso chiarire il concetto. Mirabile la chiosa di Giò: “Adesso, quando al telegiornale sentirò una notizia dove viene detto qualcosa del tipo “i banditi hanno abbandonato il bottino in macchina”, mi immaginerò una macchina piena di sacchi di merda!”.
G
Granata: scopa di saggina. Particolarmente adatta per spazzare il cemento o i lastroni in pietra, altrimenti detti “lastre”
Al mio “la granata è una scopa per spazzare le lastre”, Dariuska ha materializzato davanti a se l’immagine di una bomba passata svariate volte su una radiografia. Giò ha detto “Ecco, quando sentirò, a proposito di uno scenario di guerra “lancio di granate”, penserò a gente che si tira dietro le scope della befana!”.
Ah poi mi raccomando: spazzare, spazzare. Che “scopare il pavimento” non se pol sentì. Poi non vi dico cosa mi immagino io…
P
Panaio: Panettiere.
Se c’è il macellAIO non si capisce perché non ci debba essere il panAIO (contando che da noi c’è pure il fruttAIO, il gommAIO e via andare)
T
Turacciolo: Organo riproduttivo maschile.
Questo lemma è stato coniato da Dariuska, che ha ribattezzato la spiaggia di Capocotta in “la spiaggia dei turaccioli”. Avendo usato la parola “turacciolo”, immagino che non debba essere stato proprio un bel vedere…Sostenevo, con Giò, che se fossi un uomo e mi venisse appellato di turacciolo non lo prenderei proprio come un complimento. La sua risposta è stata “Dipende dal collo della bottiglia…”. E’ sempre consolante avere amici così signorili!
Trombolesionato: categoria umana molto ben nutrita, ultimamente. Ovviamente non è colui che è stato lesionato da un trombo.
Il trombolesionato non è il mascettiano “non trombante”. Né è lo sfigato che non ne vede manco a piangere. Il trombolesionato è colui che esercita, ma senza trasporto, quasi per dovere. Insomma, mai esercitare troppo (tante le volte s’avesse a consumare, eh). E’ sempre preferibile giocare a bocce, leggere trattati sulla metafisica, parlare del Capitale di Marx, parlare estensivamente e noiosamente (la noia è un tratto distintivo del trombolesionato) del proprio argomento di studio o di lavoro (storia dell’arte – economia – ingegneria – musica – letteratura – leggi più o meno astruse – teatro – lingue morte – varie ed eventuali).
Il lemma è stato coniato da Lisita alla fine di uno dei diecimila tirocini fatti durante il corso di abilitazione per diventare guide turistiche. I tirocini erano spesso fatti la domenica mattina. In realtà questa era una lezione di approfondimento, fatta il sabato mattina. Tutti i sabati le lezioni erano dalle 9 alle 14. Quel famoso sabato la lezione finì intorno alle 13:15. L’insegnante (venerabile donna per la sua competenza e sapienza) vista l’ora, decise di mandarci a casa prima, con un bel sorriso sulle labbra. Ma ecco spuntare alcune vocine dal fondo del gruppo: “Ma mancano ancora 45 minuti, perché non ci fa vedere altre cose? Tanto, ormai che siamo in giro…”
Alziamo gli occhi al cielo. Ed ecco Lisita proferire lo storico “Oh, ma se siete dei trombolesionati ditelo, eh. Per una volta che si torna a casa un pochino prima, ma godi popolo!”.
L’insegnate, per inciso, era d’accordo con lei.
U
Un quarto alle tre (o cinque, o sei…): le tre (o cinque, o sei…) meno un quarto.
Mi chiedo, ma perché la donnina romana che per la strada mi chiede l’ora non capisce “un quarto alle tre” e “le tre meno un quarto” si? Perché Giò sgrana gli occhi quando dico che ho il treno ad un quarto alle cinque e se dico alle cinque meno un quarto invece capisce?
A me pare una locuzione comprensibilissima.
Uscita del secondo fascicolo del Vocabolarietto d’uso: prossimamente (appena qualcuno mi dice che non capisce cosa sto dicendo).
Anno bisesto, anno funesto.
Lo sento dire sempre, e mai tante volte come negli ultimi giorni del 2008. Una serie inquietante di persone che salutavano con tutto l’odio possibile questo anno, adducendo il fatto che avendo quel giorno in più di febbraio, non poteva proprio essere altrimenti.
Sarà che io di anno bisesto ci sono nata, e sono nata proprio di febbraio, ma a me i bisestili non sono mai parsi anni peggiori di altri. Anzi. Forse forse per me sono stati migliori di altri.
Il 2000 lo ricordo con piacere per via di Dublino e dell’università. Il 2004 è stato l’anno della laurea e del conseguente smarrimento (tipo “bene. E ora che diavolo faccio?”), ma lo smarrimento è normale ed io lo considero un anno positivo.
Se devo pensare ad un annus horribilis penso al 2005. Ecco, si, quello lo posso proprio definire un bell’anno di merda, e non starò qui a specificare i motivi (vari e pesanti). Le cose hanno avuto bisogno di tempo per assestarsi ed anche il 2006 non lo ricordo con troppo piacere. Un po’ meglio il 2007, quasi si ricominciasse a risalire la china. Che va bene che quando uno tocca il fondo può sempre trovare una pala e mettersi a scavare, ma insomma…
Il 2008 alla fine è stato l’anno della rinascita. Non pretendo la perfezione, sicuramente ci sono stati momenti pesanti, ma rispetto agli ultimi anni mi par cent’ori. Mi ha portato persone ottime e finalmente ho avuto anche il coraggio di fare un po’ di pulizia. Ce ne fosse.
Il 2008 l’ho salutato lavorando, al freddo del profondo nord, attorniata al solito di turisti, alcuni simpatici, altri meno. Ho litigato con chi lavorava alla reception ed ho tollerato l’autista che faceva delle pesanti avances. L’autista, non l’Autista. C’è una gran bella differenza. Ho finito l’anno ringraziando iddio o chi per lui che nella sala facesse freddo e lui si fosse spostato ad un altro tavolo, che non ne potevo più di sentirmi raccontare le sue imprese sessuali e sentirmi dire che io avrei avuto bisogno di una “lezione”. Pure tu caro mio, ma di buone maniere.
Un cliente alla cena mi saluta dicendomi “lei è proprio una bella donna!”. A me si inchioppa una vena a sentire “donna”. Ero convinta di essere ancora una “ragazza”. Sorrido, ma in realtà la prendo malissimo, e mi metto a pensare che farò la fine di quelle che critico tanto, probabilmente diventerò schiava del botox per nascondere le rughe. Pensavo di prenderlo meglio, l’invecchiamento. Forse è tutta questione di abitudine. Oppure è una meritata punizione che sottostà alla legge del contrappasso.
Mi dicono che il 2009 è l’anno dell’Acquario. Io già mi sono sentita meglio da quando Saturno non ce l’ho più contro; mi dicono che dopo un secolo e mezzo l’acquario non ha più pianeti in opposizione. La mia nota venalità mi spinge subito ad informarmi circa l’ambito professionale ed economico, rivelando così il mio totale disinteresse verso l’ambito affettivo. In quello sono bravissima a fare casini da sola, senza bisogno di previsioni di sorta. Non faccio buoni propositi perché tanto so che sono un’incontinente che non mantiene nulla di quel che si propone e promette, cerco di dire basta ai signor no e ai signor tentenna, forse perché signor tentenna sono diventata io e ne basta uno.
Comincio con una tornata di concertini interessanti, Bobo Rondelli su tutti, purtroppo visto in uno spazio inadatto e popolato da persone irritanti. In realtà era proprio irritante lo spazio in se. Travaso di bile invece nel vedere il Lindo Ferretti in chiesa a fare un recital di una lentezza estenuante. Lo guardo cinque minuti e fuggo via, confessando, quasi in lacrime, all’amica che “io non ce la faccio a vederlo ridotto così!” . Buono Fiumani, ma mi rendo conto di non aver più (o non ho mai avuto) l’età per il delirio di folla e la mischia di spintoni. E’ perché di fondo, sono una snob. Però vengo costantemente sopraffatta dalla bellezza, soprattutto quella terribile e inquieta. L’ultimo che mi ha completamente sopraffatto è stato Donatello, che mi ha steso con
Con quasi venti giorni di ritardo, buon anno, ragazzi.
Il Sessantotto, adesso, ha proprio rotto le palle.
Non se ne può più. Di cuccioli del maggio, di meglio gioventù, di una generazione che ha cambiato il mondo. Non se ne può più di zecche che vivono nella mitizzazione del passato vedendo come perfettibili anche quegli aspetti e quelle esagerazioni che erano connaturate al movimento, che erano comprensibili, ma che insomma, proprio proprio bene non hanno fatto.
Sono reduce da uno spettacolo teatrale sul Sessantotto. Mi ha irritato la ridondanza che si fa di quegli anni. Del trito e ritrito, detto e ridetto.
Io ormai quando sento che la tematica di un testo, di un film, di una canzone è il Sessantotto sento un brivido gelido corrermi giù lungo la schiena; no, che poi io sono anche una di quelle che ha fatto le manifestazioni, ha occupato l’università ed il rettorato, ha sbattuto la porta in faccia al rettore, ha fatto casino all’apertura dell’anno accademico…Insomma, il mio passato da “sovversiva” (come disse uno psicologo a cui dovevo tradurre un articolo in inglese) ce l’ho.
Guardo le facce degli studenti del maggio francese: sono belli, che sono felici, che sono pieni. Ma mi sono rotta le palle di considerarli per forza di cose meglio della mia generazione.
Penso alle conquiste del Sessantotto, all’università libera, alla liberazione femminile e femminista, alla rivoluzione culturale e di costume che c’è stata, ma penso anche che alla fine la vince la mediazione: si parte da un punto A, si va verso il punto B che per reazione è l’opposto, e dopo si conciliano le posizioni in un punto C che sta a metà tra A e B.
Insomma prendiamo il femminismo: utile, ci voleva ai tempi. A parte il fatto che sono dell’idea che la condizione femminile non sia tuttora propriamente paritaria con quella maschile, anzi, comunque, torniamo al femminismo. Movimento necessario, si, ma totalmente anacronistico e deleterio oggi. E qui non sto parlando di “lotta per i diritti delle donne”. Sto parlando di “dimostro il mio slegarmi dalla supremazia maschile non facendomi i peli, bruciando il reggiseno, grattandomi le palle che non ho”. E no, eh. Sono donna, ho una femminilità, fatemela usare al meglio. E visto che ho anche un cervello, credo di poterci riuscire.
Siamo rimasti ancorati al passato guardandolo in maniera un po’ acritica. E’ facile andare a mitizzare un periodo temporalmente piuttosto vicino a noi, a noi che non ci piacciamo, a noi che non sappiamo più cos’è la collettività e che siamo così infelici, a noi che ci fanno invidia quelle facce sorridenti mentre invadono le strade, mentre stanno nei cortei. Ma vorrei vederne luci e ombre, sono stanca di sentirmi sputare addosso da ex sessantottini o figli di ex sessantottini. Sono stanca di sentirmi dire “si stava meglio quando si stava peggio”.
Nello spettacolo che ho visto ad un certo punto veniva detto che il Sessantotto non è materia di studio nelle scuole, mentre Federico II di Svevia lo è, e ci si questionava se fosse più importante un Fedrico II o un Sessantotto per i giovani alunni. Io non voglio ragionare di importanza, perché i fatti storici, se tali sono, non hanno una gerarchia, hanno un linea temporale. In storia non si parla di importanze. Detto questo, deo gratia che si studia ancora Federico II, che è stato uno dei primi liberi pensatori ed uno dei primi che si è ribellato ad un ordine costituito. E non veniamo col pippone “grazie al cazzo, lui era il re!”. Si, ma non era da tutti farlo.
Il Sessantotto è stato un gran momento, però ora basta. Ora basta vivere nel ricordo. Ora basta dire che la nostra è una generazione inutile, di gente pessima, vuota. Io spezzo una lancia a favore della mia generazione. Loro avevano le speranze, noi la consapevolezza. Loro avevano il mondo da conquistare, noi abbiamo difficoltà a stare a galla. Però in diversi ci rimbocchiamo le maniche, mentre veniamo guardati dall’alto in basso e veniamo accusati di non avere ideali solo perché alle volte abbiamo sostituito alle pure idee un minimo di pragmatismo.
Mi stancano gli stereotipi, mi stanca l’anacronismo. Mi stanca il dover forzosamente aderire a certe visioni per dimostrare che sono parte di qualcosa, per sottolineare un impegno programmatico nella vita.
Rivendico il mio sano diritto a slegarmi dal sessantotto e da tanti dei suoi figli che oggi militano nelle schiere opposte e nel popolo delle così dette libertà. Rivendico il mio diritto di slegarmi dai nipoti del sessantotto, che mi sono stati dieci anni in università col megafonino in mano e poi i più sono stati sistemati dal papà appena discussa la tesi. Rivendico il mio diritto ad adorare il cinema di Eisenstein e Pasolini ma anche il mio diritto ad essere squisitamente futile e a ridere come una matta davanti a Scrubs.
I cuccioli del maggio erano più belli di me. Mi fanno commozione e sana invidia quando vedo le foto. Mi si allarga il cuore quando sento le canzoni, vedo i filmati e mi gusto la produzione cinematografica (nutro dei dubbi su un certo tipo di produzione letteraria, ma questa è deformazione professionale) di quegli anni. Ma ora il complesso di inferiorità verso quegli anni mi sta diventando francamente insostenibile.
Mi verrà il complesso di Edipo, verso il Sessantotto.
(Diffidare sempre da spettacoli che il mio ormai svelato snobismo mi porterebbe ad evitare in partenza)
